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Il
ventottenne Partipilo ha lavorato a questo disco d'esordio con un approccio
concettuale di profonda intensità, senza rinunciare alle doti peculiari
del jazz contemporaneo e della musica afro-americana. S'è accollato
la responsabilità di comporre, arrangiare e soprattutto dirigere
due quintetti, in cui cambia solo la sezione ritmica (di particolare rilevanza
sono Waits ed Osada, collaboratori di Osby, Moran...)
Dunque la maturità e la riuscita di questo progetto - il gruppo
ha lo stesso nome dell'album - consistono in un opera di ricerca che finalmente
non si crogiola di nostalgie obsolete, come purtroppo accade a tanti pur
eccellenti solisti del nuovo jazz italiano, ma guarda avanti; cerca insomma
di trarre profitto, in senso estetico, dall'ascolto ragionato sia delle
attuali esperienze post-avanguardiste (da Steve Coleman a Dave Douglas)
sia di quei musicisti come George Russell che hanno fatto scuola a sé
e che sono stati di rado ripresi dai nuovi musicisti.
Grazie anche alle puntuali note di copertina (quasi analisi strutturali)
di Warren Blumberg e di Partipilo, nell'album si avvertono chiaramente
segni coraggiosi: il procedimento su tempi insoliti, le tensioni fra scrittura
ed improvvisazione, la caratura degli interventi solistici e la rilevanza
degli accostamenti timbrici tra due o più strumenti (ottimi sono
per esempio l'uso del piano elettrico e gli impasti con il vibrafono).
Partipilo, infine, è ebbastanza personale da non reclamare particolari
influenze, anche se in alcuni passaggi l'amore per Coltrane o per il miglior
Shepp (evocato direttamente in un brano) è evidentissimo.
Guido Michelone
Musica Jazz - Aprile 2003
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